SILVANA CHIOZZA

 

  la critica

 


Paesaggi. Li abbiamo visti tante volte in tempi passati, con diversi sguardi, con altri occhi. Ora importano questi, di lei. Parlano di quiete, di contemplazione, ci invitano ad avvertire che chi passa o passeggia distratto perde qualcosa. Appunto quello che lei raccoglie. Che cosa?
Tanto, nello squarcio della strada, nella visione allungata di un angolo, là dove incominciamo a capire che ciò che Silvana Chiozza ha visto, sentito e riportato in immagine denuncia lo slancio, l'impulso di fermare il divenire. Di arrestare la velocità impietosa che ci domina nel vortice della città contemporanea, se è vero che siamo sempre affannati, preoccupati per eventi successivi, più o meno importanti... . Velocità che però qui è stata vinta perdendo il prepotente dominio. Non è poco. Molto evidentemente queste sono opere di tempo “arrestato”.
Quando la pittura diventa spazio bidimensionale, si auto delimita, prende la consistenza, come ammette non solo la filosofia, di una cosa (das Ding). Una cosa particolare, si concede, fatta di spazio temporalizzante, fatta a modo suo. Come? E come qui, nei quadri che oggi si presentano? In questo caso i trascendentali kantiani di tempo e di spazio hanno subito, nell'operare dell'artista, il processo inventivo anticipato. L'atmosfera delle viuzze romane, infatti, sembra avere ingoiato il tempo, trasformandolo in tempo intangibile, nell'istante felice perché scelto, voluto, amato. Scopriamo di volta in volta la vita sospesa, assorbita in uno spazio equilibrato dove il divenire del mondo, il lieve movimento dell'albero, lo scintillio del sole, il cielo non immutabile sono diventati fissi. Mai un personaggio, qualcheduno che cammina o lavora, un'assenza tanto più notevole dato che non nega affatto una umanità implicita, profonda e silenziosa...

Rosa Maria Ravera, Buenos Aires
Presidente dell´Associazione Argentina di Estetica,
ex Presidente dell´Academia Nazionale di Belle Arti di Buenos Aires


Segni e colori delicati dove le sfumature prevalgono sui contrasti, atmosfere morbide che sembrano talvolta dileguarsi in contorni nebbiosi, dove sono immersi oggetti impalpabili, alberi e case e figure che appartengono a quei sogni che si vorrebbe non finissero mai.

Tonalità cangianti che si perdono in tenui evanescenze. E’ questa, dolce e allusiva, la pittura di Silvana Chiozza, argentina di lontana ascendenza italiana, e romana di adozione, da quando, arrivata a Roma con una borsa di studio per l’Istituto di Psichiatria Infantile della Sapienza, decise di abbandonare la medicina per dedicarsi all’arte.

Un singolare percorso ha riportato Silvana Chiozza nel solco di una vocazione che veniva da lontano. Aveva sette anni e già studiava pittura con Valle Planas, artista argentino degli anni sessanta, e a casa col nonno, pittore di marine di origine genovese. Nel ‘85 ottiene la laurea in Medicina. Combattuta tra psicoanalisi e tavolozza dei colori, Silvana Chiozza non ha trascurato altre esperienze artistiche in particolare la grafica e il Trompe l’oeil. Nel ‘88 si trasferisce a Roma, dove si dedicherà principalmente alla realizzazione dei paessaggi, olii figurativi che deluderebbero chi volesse cercarvi un esotismo artistico lontanissimo dal gusto e dalla scuola dei paesi del “Cono Sur”. Paesaggi intrisi di incanti, composizioni che ricordano le nature morte di Morandi. Ma sempre sensibilità malinconiche, sipari di rade foschie, segni che scaturiscono da una mano gentile e che rivelano in un attimo come potrebbe essere tutto quello che non è.

Giulio Castelli. Roma, 1998